Come si riconosce una scuola eccellente? Risponde Stephen Spurr

Il nome di Stephen Spurr suonerà nuovo ai lettori di educazioneglobale.com, forse anche a coloro che hanno i figli in scuole internazionali o britanniche sul suolo italiano.

Considerato dal quotidiano “Evening Standard” come uno dei mille londinesi più influenti, Stephen Spurr è un grande esperto di quel settore che il mondo anglosassone chiama Education e che in Italia chiamiamo – con espressione meno felice – “istruzione”.

E’ stato insegnante ma, soprattutto, ha diretto scuole molto prestigiose. Mai sentito parlare di Eton? Ecco, Spurr di Eton è stato “House Master” e “Head of Classics” (se proprio vogliamo tradurlo si potrebbe dire “Direttore del dipartimento di filologia classica” della stessa scuola).

In seguito, ha diretto prima il Clifton College e poi la Westminster School, forse meno nota a noi italiani ma altrettanto selettiva; sicuramente tra le più blasonate ma anche accademicamente quotate independent schools del Regno Unito.

Insomma, Stephen Spurr (classe 1953, nella foto) è un’importante personalità del mondo dell’educazione inglese. Ha partecipato a numerosi dibattiti sulla riforma degli A levels, tanto che, alla Westminster School, con lui come headmaster, tali esami sono stati abbandonati e si è adottato il sistema Cambridge Pre-U (ne scrivo più sotto).

Negli ultimi anni, Spurr è entrato a far parte di  Inspired, del quale è Global Education Director. Di recente, l’International School di Milano, di Monza, di Modena e di Siena sono entrate a far parte del gruppo Inspired.

Ho avuto modo di porgli alcune domande ed ecco cosa mi ha risposto.

Dr. Spurr buongiorno. La mission del mio sito, www.educazionglobale.com, è principalmente quella di fornire consigli, risorse, ma anche un luogo di discussione e di confronto su come educare i futuri cittadini del mondo globale. A Lei – che ha diretto scuole estremamente selettive come la Westminster ed ha avuto un ruolo importante anche ad Eton – voglio chiedere, anzitutto, come si riconosce una buona scuola (internazionale o non)? Quali sono gli elementi ai quali dovrebbero prestare attenzione i genitori?

Una buona scuola è quella che ha insegnanti eccellenti. Nel 2007, McKinsey ha pubblicato un Rapporto sui migliori sistemi di istruzione del mondo. Da questo Rapporto è emerso che, per fare una scuola eccellente, servono insegnanti eccellenti. Sembra la scoperta dell’acqua calda, ma definire quali caratteristiche debba avere un insegnante eccellente è certamente più complesso. Il ruolo dei docenti è cambiato: oggi gli insegnanti devono aggiornare continuamente le loro conoscenze. Noi ad Inspired diamo molta importanza alla formazione continua degli insegnanti. Un insegnante eccellente deve essere aggiornato sugli ultimi sviluppi della sua materia ed, inoltre, deve sapere come insegnare, come mettere gli alunni al centro dei processi di apprendimento.

Il mondo cambia, i mestieri cambieranno: occorre essere flessibili e versatili, quindi imparare ad imparare è più importante di ogni altra cosa. Io dico spesso che dobbiamo insegnare ai giovani a “saper cosa fare quando non sanno cosa fare”.

Se posso dare un consiglio ai genitori: la misura del successo di una scuola – ormai – è a quali università dà accesso. Se la maggioranza degli studenti va nelle migliori università del mondo, la scuola è certamente buona, anzi, ottima. Bisogna prendere decisioni basandosi su questi dati e, se queste informazioni non ci sono, chiederle.

A Westminster School, nell’ultimo anno del mio mandato, su 180 studenti che sostenevano la maturità ben 97 sono entrati ad Oxbridge (Oxford e/o Cambridge). Vuole sapere degli altri? Ebbene, gli altri sono entrati in Università dell’Ivy League

Noto che alcune scuole internazionali di lingua inglese in Italia finiscono per essere piuttosto delle “scuole in inglese”, rimanendo vittime di un provincialismo ahimè spesso tipico della cultura italiana. Il problema è che ciò rischia di ridurre la portata educativa dell’esperienza per i ragazzi e di vanificare l’investimento dei genitori. Ha già potuto notare altrove in passato questo fenomeno e ha qualche indicazione per opporvisi?

Gli italiani della mia generazione parlavano più francese che inglese. Ora l’inglese è una necessità e, con il suo successo, arrivano anche le storture del sistema. La gente pensa che dare ai figli un’educazione internazionale voglia dire solo scegliere una scuola che consenta di imparare l’inglese. Il fatto è che bisogna informarsi bene: in alcune scuole internazionali l’insegnamento in inglese non è al livello giusto, anche se può sembrarlo ad un non-madrelingua.

Vorrei però aggiungere una cosa. Le lingue globali ormai sono due: l’inglese (l’istruzione principale deve essere in inglese) e la matematica, ossia i linguaggi matematico – scientifici. In un mondo tecnologico e globalizzato la gente deve sapere come è fatto un computer e ci vuole una comprensione delle scienze per capire il mondo.

“Internazionalismo”, inoltre, vuol dire anche studiarsi gli standard accademici delle scuole di tutto il mondo ed importare le migliori prassi. Inspired, il gruppo di cui faccio parte, cerca di prendere le migliori prassi da tutti i sistemi educativi, anche perché ha scuole un pò ovunque.

Ora parliamo dei programmi della scuola superiore inglese: A-level, Cambridge Pre-U, e IB sono tre possibili programmi. Quali sono i pro e i contro di ognuno?

Come lei aveva detto, io ho fatto adottare in passato i Cambridge Pre-U in luogo degli A-levels alla Westminster school. Quando li ho adottati era perché, in quel momento, il syllabus (programma di studio) di ciascuna materia era più ampio e più profondo di quello degli A-levels e il sistema era dunque più stimolante per studenti e insegnanti bravi come quelli che avevo a Westminster.  Inoltre, Cambridge Pre-U consentiva di prepararsi per due anni e sostenere solo gli esami finali, dedicando più tempo ad una programmazione non exam-driven. Mentre per sostenere gli A-levels, in quell’epoca, veniva chiesto di sostenere degli esami intermedi, alla fine del primo anno, detti A-s levels. Avere una doppia batteria di esami significava essere vincolati nella programmazione, per cui per questo passammo ai Cambridge Pre-U.

Con Michael Gove all’istruzione furono attuate alcune riforme e cambiato il sistema degli A-levels. Questi sono tornati ad essere esami molto rigorosi e si è consentito il fatto di non sostenere gli A-s levels. Quindi ora gli A-levels sono ridiventati un “gold standard” dell’istruzione inglese…

…un gold standard Brexit permettendo…Io mi aspetto che ora gli A-levels diventino meno seduttivi per gli europei non inglesi, proprio per via della Brexit…i genitori italiani preferiranno far fare l’IB ai propri figli…

Io sono un grande sostenitore dell’International Baccalaureate (IB). Finalmente anche le università hanno capito non solo il rigore dell’IB, ma anche le sue ricadute sulla formazione e la maturità dei ragazzi. Occorre essere molto disciplinati per studiare ed organizzarsi avendo esami in 6 materie di tipologia molto diversa (lingue, scienze, arte, matematica) e ciò garantisce che lo studente che ha sostenuto l’IB difficilmente è uno studente che lascia a metà il percorso universitario.

Vengo ad una nota dolente e faccio una domanda scomoda: i suoi sono stati studenti brillantissimi ma di classi socioeconomiche elevate, cosa fare per ricercare i talenti a prescindere dalla classe economica? Sa che noi “europei continentali” crediamo molto in una istruzione pubblica e democratica, ossia accessibile a tutti.

Nell’ultimo anno a Westminster ho fondato una Academy, le Academy sono scuole pubbliche che hanno però uno sponsor privato. L’Academy si chiama Harris-Westminster Sixth Form Academy e gli standard di insegnamento sono uguali a quelli di Westminster. Questa Academy cerca di attrarre i migliori studenti di tutta Londra ma pone una condizione: il 70% degli studenti che vi accedono devono essere scelti tra coloro che vengono da famiglie economicamente molto svantaggiate. Quindi i modi di aiutare i ragazzi svantaggiati ci sono e io credo che sia giusto investirci.

Un’altra domanda scomoda: come mai in un sistema tanto selettivo come quello inglese (grammar schools con test d’ammissione come il 10+ o 11+ per selezionare i migliori studenti già a dieci-undici anni), sono poi tollerate cose come l’ammissione a Eton di alunni “importanti” (penso ai due principi William e Harry), nonostante i loro risultati che si dicono in giro essere incompatibili con i processi d’ammissione? Come si conciliano meritocrazia e classismo?

Che William e Harry siano stati cattivi studenti è un mito da sfatare. Darò ai lettori di educazioneglobale un vero scoop: ho corretto io stesso i loro compiti di admission e non c’è stata nessuna forzatura: arrivavano preparati da buone scuole precedenti e in grado di sostenere l’esame di entrata a Eton. Poi William, che era bravo in storia dell’arte, è andato a St. Andrew’s in Scozia che era la migliore per storia dell’arte. Harry non ha fatto l’università. Posso dire che la loro ammissione ad Eton era assolutamente regolare mentre – sarò franco – io personalmente ho dovuto dire di no a molti altri figli di famiglie note e di celebrità.

 Allora sono contenta di avere uno scoop!  Passiamo a una domanda che sta a cuore a me e anche a molti miei lettori che scelgono le scuole pubbliche italiane: lei cosa pensa della scuola italiana? La conosce? Che giudizio ne dà?

La scuola italiana è troppo tradizionale e ormai per molti versi superata. Nei licei italiani, per esempio, spesso si trovano ottimi insegnanti, veramente molto preparati, ma insegnano ancora come si faceva nel medioevo! Poiché, come dicevo, cerco di trarre spunti da sistemi di istruzione diversi, durante un sabbatico ho potuto assistere agli esami di maturità in alcuni licei classici italiani e a numerose lezioni. Ora le dico cosa ho osservato degli uni e degli altri.

Quanto agli esami, una volta ho esaminato una ragazza di un liceo italiano. Il tema era Catullo. Lei sapeva tutto della vita di Catullo, della metrica e della poesia di Catullo e lo sapeva tradurre bene. Le ho chiesto: “ma ti piace o no questa poesia e perché?” e lei, a questa domanda aperta, non sapeva che rispondere. Anni e anni di scuola e nessuno le aveva mai chiesto la sua opinione su nulla. Non c’è da meravigliarsi che tanti studenti siano sfiduciati e percepiscano la scuola come un’istituzione obsoleta.

Quanto alle lezioni cui ho assistito, erano molto buone, ben costruite e presentate e piene di nozioni. Io poi però interrogavo i ragazzi e si scopriva che non avevano appreso che molto poco di quello che i professori avevano detto, e non parlo solo di quelli che stavano all’ultima fila, ma anche degli studenti che erano più interessati, quelli dei primi banchi.

Da queste ed altre esperienze ho capito che in Italia l’insegnamento è molto organizzato per quanto riguarda i contenuti delle lezioni, ma non orientato a sviluppare il pensiero critico. In questo modo gli alunni non imparano ad applicare conoscenze e competenze a situazioni nuove. Imparano solo a ripetere, nel modo più aderente possibile, ciò che viene loro detto. Imparano, in altre parole, a “rigurgitare” la lezione, perché questo viene premiato nella scuola italiana.

Il nozionismo senza pensiero critico è molto pericoloso.

Sa, l’IB fu sviluppato negli anni ’60, ma risentiva degli anni ’50 e fu concepito in un clima di reazione alla seconda guerra mondiale e alla tragedia del nazismo. Il fatto di dare i voti massimi solo a quelli che ti “rigurgitano” le cose come le hai dette, senza mai mettere in discussione nulla, può dare luogo a delle storture e, nei casi estremi, può favorire le ideologie: il comunismo, il fascismo, il nazismo. Tu devi insegnare ai ragazzi alcune nozioni, ma anche a pensare con le loro teste, altrimenti obbediranno sempre agli ordini, anche quando l’ordine è quello di uccidere…

Io la ringrazio per questa risposta perché il legame tra IB e pacifismo non l’avevo mai approfondito e, venendo da una famiglia profondamente antifascista (sono anche nipote di partigiani!), mi ha colpito molto. Cambiamo, però, totalmente tema. Secondo un luogo comune della cultura italiana, “il latino apre la mente”. Secondo lei è vero? E, se si, a quali esatte condizioni? Ha qualche informazione sulla qualità della nostra istruzione nelle discipline classiche a livello di scuola superiore?

Una cosa è certa: il latino non “aprirà” nessuna mente se viene studiato così! Se insegnato bene, tuttavia, il latino ti dà il senso della storia e della civiltà occidentale. Ti può aiutare, poi, se studi all’università materie che hanno a che fare con la linguistica, la letteratura, la filosofia, la storia e la giustizia.

Anche di fronte ad un mondo globale e a culture extraeuropee noi non dobbiamo dimenticare da dove veniamo, non dobbiamo lasciare indietro la civiltà occidentale.

In generale, quale è il peso che dovrebbero avere le discipline umanistiche/classiche nel percorso di studi?

Oggi si parla molto di materie STEM (STEM è  l’acronimo di science, technology, engineering e mathematics). Io penso che dovremmo parlare di materie “STEAM”, dove la “A” sta per Arts, intendo liberal arts (dunque discipline umanistiche, diremmo in italiano). Non dobbiamo separare le due culture (scientifica e letteraria): l’una ha bisogno dell’altra e il mondo moderno ha bisogno di persone che sappiano muoversi su più campi.

Se dovesse fare delle statistiche su tipologie ricorrenti di studenti quali sarebbero? Si possono in qualche modo classificare gli studenti in base alle loro attitudini o, anche, difetti? Lei ha mai fatto una sua tassonomia?  (l’intelligente ma svogliato, l’angular kid, il primo della classe, orgoglioso ma un po’ tronfio, etc). Di che scuola ha bisogno o di che insegnamento ha bisogno ciascuno di questi “tipi umani”?

Classificare gli studenti è superato. Un tempo si facevano classifiche, si inseriva ogni studente in una casella: si chiamava pidgeon-holing. Un tempo gli insegnanti facevano classi omogenee e mettevano tutti gli studenti di un certo tipo nella stessa classe. Oggi si cerca di fare classi disomogenee. Lavorando insieme si crea di più delle parti individuali. Categorizzare è un modo pigro di guardare agli alunni.

Un bravo insegnante capisce, anche conversando al di fuori della lezione, cosa può interessare ad un ragazzo, e lo stimola di conseguenza. Ogni interesse è nobile, ogni passione può trasferirsi anche ad altre cose. Educazione è dare ad ognuno la self-confidence per andare avanti e diventare se stesso.

Nella sua esperienza le è capitato di conoscere talenti tardivi? Ragazzi che non erano studenti brillanti a scuola e sono diventati talenti brillanti all’università?

Ci sono quelli che si svegliano solo quando un insegnante trova la chiave per arrivare a loro, per dare loro fiducia (e self-confidence). Più che talenti tardivi hanno purtroppo trovato troppo tardi qualcuno che ha creduto in loro, che ha dato loro fiducia e restituito loro la naturale voglia di imparare dell’essere umano.

Lei suggerisce, per il tempo libero, “riposo, revisione, riflessione”. In questa triade sono compresi o no i compiti a casa, e se sì in che misura?

Ah, i compiti! Tutti si lamentano. L’ultima lamentela l’ho sentita da un imprenditore della Silicon Valley che ho incontrato ad un Convegno a Dusseldurf e che mi chiedeva: “Ma perché le mie serate devono essere delle battaglie per far fare i compiti ai figli?”.

“Compito” è un termine odioso, tanto quanto il suo equivalente inglese “homework”.

Io penso che quello che bisogna dare ai ragazzi il pomeriggio va chiamato “prep.” che sta per “preparation”, cioè il compito di preparare qualcosa per la lezione successiva, di portare qualcosa alla lezione successiva. Può essere il racconto di una esperienza o un ricerca da fare online. C’è sempre blended learning nelle mie scuole. Il prep. deve essere creativo e divertente, così, la volta successiva, la lezione non è solo del professore, parlano anche gli alunni e, come tutti sappiamo, chi è attivo e non passivo davanti al sapere impara di più.

Domanda antipatica che le faranno tutti: che hanno fatto i suoi figli? Con il senno di poi, le scelte fatte si sono rivelate giuste o sbagliate?

I miei figli sono adulti, hanno, rispettivamente, 33 e 29 anni. Il maschio ha avuto inizialmente un sacco di problemi a scuola. Era (è) dislessico. Una volta una preside chiese ai ragazzi nella sua scuola cosa avessero fatto nel weekend e, poiché nessuno parlava, lui disse: “io sono stato al British Museum”. Lei lo interruppe, umiliandolo. Gli disse: “prima di parlare del British Museum è meglio che impari altre cose, visto che non ti sai neanche allacciare le scarpe”. Oggi mio figlio è direttore di una galleria d’arte a Londra. Ha dovuto faticare molto per conquistare le cose e questo lo ha reso una persona incredibilmente tenace ma anche fortemente empatica con chi è in difficoltà. Alla fine è tutta questione di fiducia e di autostima.

L’altra figlia, una femmina, era (ed è) tutto un altro tipo. E’ sempre stata la prima della classe, una che faceva tutto subito e bene. Ma ogni cosa ha un prezzo e il suo era l’ansia di fallire, che la divorava. Insomma, lei aveva bisogno di tutt’altro ma, alla fine, c’è un ingrediente di cui hanno bisogno tutti gli studenti, tutte le persone: la fiducia delle persone adulte che ti stanno intorno e l’autostima. Ora è marketing manager per YSL e l’Oréal a Londra.

Dr. Spurr, per questa volta ci fermiamo qui. E’ stato davvero un onore intervistarla e la  ringrazio ancora per avermi dedicato il suo tempo!

Pubblicato su educazioneglobale.com il 28 maggio 2017.

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